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Restelli - Lo Scudetto

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Gli dei del calcio
di Riccardo Restelli

Lo so.
Avevo promesso di non ricascarci.
Avevo giurato a me stesso di lasciar svanire nell’oblio questa squadra isterica, capace solo di stravincere (poche, pochissime volte) o di perdere rovinosamente (tante, tantissime volte).
Avevo deciso di non farmi coinvolgere da quello che presagivo come un lento ma inesorabile stillicidio che avrebbe portato l’Inter a giocarsi tutto quello che aveva costruito in questa stagione, buttando via, insieme al presente, anche il passato prossimo e il futuro vicino e lontano.
Tutto sembrava confermare le mie previsioni, dopo la rovinosa sconfitta di marzo con la Juve: qualche vittoria strappata con le unghie e con i denti per rialzare un poco la testa e cominciare nuovamente a illudersi, solo per soffrire in modo ancora più cruento quando l’inevitabile sarebbe successo.
Fino alla domenica piena di sole e timoroso entusiasmo di Inter-Siena, quando gli dei del calcio si sono superati, dirigendo con perversa precisione i due-tiri-due di una squadra già in vacanza dritti dietro la schiena di Julio Cesar, infilando con precisione millimetrica un pallone all’improvviso piccolo e sgusciante in una porta che per un attimo sembrava larga come una voragine. E poi un gioco perverso di rimpalli, e occasioni perdute, e passaggi sbagliati per un centimetro, e deviazioni sfortunate e rigori prima estorti e poi sbagliati e, insomma, tutto quanto succede quando senti che la sventura aleggia sullo stadio e mai e poi mai quegli undici disperati riusciranno a segnare il gol che vale lo scudetto.
Ma, nonostante le finte promesse fatte a me stesso e la rassegnazione di fronte a un destino che sentivo sempre più inevitabile, l’ultima domenica di campionato io ero lì, davanti allo schermo, in piedi per novanta minuti più l’intervallo, camminando avanti e indietro per il soggiorno, come un agnello che si agita inutilmente prima di essere sacrificato.
E tutto stava scorrendo verso l’epilogo deciso dagli dei del calcio, pronti a esaudire le preghiere acide e inutilmente cattive di tre quarti d’Italia: subito il gol della Roma, il primo tempo che finisce 0-0, la tensione che cresce, adesso segna il Parma e questi crollano, come quella volta che nessun interista ha dimenticato, sempre di maggio, qualche anno fa…
Poi qualcuno ha deciso di ribellarsi: non è possibile, non ancora a noi!
Dentro Ibrahimovic, matto come un cavallo, che se ne frega di tutto e tutti, e comincia a giocare come se non fosse in infermeria da più di due mesi.
Prima palla stoppata sulla tre quarti, subito un tiro in porta: fuori di poco. Ogni rilancio arriva a lui, che non perde un pallone. La squadra, incredula, sale. Gli dei del calcio sono sorpresi, non sanno che fare.
Seconda legnata nell’angolo e gol, cazzo, gol!
Mezza Italia impreca.
Gli dei del calcio sono furiosi: ma come osate! Il vostro destino è un altro: il solito. Già preparano il golletto in mischia del Parma che ricaccerà quei bambini viziati all’inferno.
Ma non fanno a tempo, è un attimo: Maicon ha capito che qualcosa s’è inceppato nel meccanismo a orologeria che doveva sprofondare lui e i suoi compagni nel solito melodramma. Spinge come una bestia in mezzo a tre del Parma e pennella un cross sul sinistro di Ibra che scaraventa in rete al volo. Due a zero e tutti a casa!
Guardo lo schermo e non ci credo. Vedo l’ammucchiata dei giocatori dell’Inter e non ci credo. Gli dei del calcio, furiosi per l’arroganza e il coraggio di chi si è ribellato al suo destino, scatenano il diluvio sul Tardini: vuoi vedere che sospendono la partita? Ma il prato, anche se pieno di pozzanghere, resiste.
Continuo a gridare di non mollare, di non fermarsi, anche quando la didascalia a fondo schermo annuncia il pareggio del Catania: chissenefrega, non mollate, non mollate! Anche quando il telecronista tira fuori che a Catania è finita e quindi, forse, lo scudetto è già vinto, qualsiasi cosa succeda. Chissenefrega, non si sa mai, non mollate, attenti, mancano due minuti, uno, ecco, adesso… adesso… è finita.

Silenzio nella mia mente.

La pioggia cade scrosciante sulla festa e sulla gente in piazza del Duomo, ultimo dispetto degli dei alla squadra che si è ribellata al suo destino. Cammino leggero in mezzo a uomini e donne e ragazzi esausti e felici, tra bandiere inzuppate e ombrelli mezzi rotti. Alzo lo sguardo e vedo un tizio a torso nudo che, incurante delle secchiate d’acqua che scendono dal cielo, scruta dall’alto della statua di Vittorio Emanuele la piazza piena di tifosi. Non esulta. Il suo sguardo è perso nel vuoto. Nel suo sorriso un’espressione di sfida.

Gli dei del calcio, almeno per questa volta, hanno perso.

Riccardo Restelli

Foto:Emanuele Mantovani

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