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Restelli - l'isola...

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L’isola sibilante
di Riccardo Restelli

Era una bellissima mattina di settembre, il sole splendeva in un cielo terso e senza nuvole e il mare si stendeva leggermente increspato di fronte alla prua della
Ninja. Elisa guardava le vele stese al vento, gonfiate da una brezza leggera ma costante che spingeva la goletta alla velocità di almeno otto nodi.
Tutti i marinai di servizio erano impegnati nelle manovre, ognuno con un compito ben preciso, come si conviene a una nave ben guidata. Elisa guardava compiaciuta i suoi uomini, scelti di persona solo un mese prima tra le bettole e le locande di
Puerto Escondido, orgogliosa di averli forgiati a sua immagine e somiglianza, trasformando in così poco tempo una ciurma da taverna in un vero equipaggio.
La goletta era diretta a un appuntamento con un galeone spagnolo, il
Matador, a cui la Ninja avrebbe dovuto fare da scorta durante la lunga traversata dell’Oceano Occidentale, per raggiungere le coste del Nuovo Mondo. Il punto di incontro era stato fissato a sud delle più selvaggia delle Isole Azzurre, la bellissima Lanzaruote. Ormai mancavano poche ore a raggiungere la meta e già nell’aria si sentiva quella sensazione di terra in vista che rendeva tutti più allegri e ben disposti.
Elisa prese il cannocchiale e cominciò a guardare verso ovest, per cercare i primi segni dell’arcipelago verso cui erano diretti, ma, come previsto, non vide niente; cominciò poi un giro panoramico, come era solita fare prima di riporre lo strumento, per controllare se qualche altra nave fosse in vista. Quando fu a metà dell’operazione si fermò stupita, rivolta a sud, di fronte all’immagine di una piccola isola chiaramente visibile nella lente. Elisa si stropicciò gli occhi e poi provò ancora a guardare: l’isola era ancora lì, dove non avrebbe dovuto esserci assolutamente niente!
– Nostromo Massimo, presto, venite qui! – chiamò Elisa ad alta veloce, per farsi sentire dal nostromo che era all’alto estremo della nave. Massimo fece un cenno col capo, disse qualcosa al marinaio con cui stava parlando, quindi attraversò di corsa la tolda per raggiungere il suo capitano.
– Cosa diavolo è quel lembo di terra? – chiese Elisa, porgendo il cannocchiale a Massimo.
– Corpo di mille balene! – rispose Massimo, mentre guardava verso sud, – quella è una stramaledetta isola sbucata dal nulla.
Elisa fece un cenno al timoniere, e diede subito ordine di cambiare la rotta e dirigersi verso quella meta inattesa, mentre Massimo continuava a guardare nel cannocchiale.

In poco meno di un’ora la
Ninja si avvicinò all’isola che, vista più da vicino, rivelava avere una forma un po’ curiosa, lunga e stretta, molto sinuosa.
– Quest’isola ha la forma di un serpente – osservò Elisa , e come a conferma delle sue parole si cominciava a sentire nell’aria un rumore di sibilo (SGUISC... SGUISC...), che andava e veniva con lo stesso ritmo delle onde che s’infrangevano sulla costa.
La
Ninja buttò l’ancora nel mezzo di una piccola baia, situata in una posizione più o meno corrispondente alla testa del serpente che l’isola ricordava così sinistramente. A riva, una bellissima spiaggia degradava dolcemente in mare.
Una piccola scialuppa fu calata subito fuori bordo. Elisa, il nostromo Massimo e uno dei più bravi marinai, il piccolo ma velocissimo Piero, presero posto sulla barca per andare a esplorare quella terra misteriosa.
– Stiamo tutti insieme, non sappiamo cosa ci aspetta – disse Elisa, con tono deciso, quando la piccola imbarcazione si arenò sulla spiaggia bianca, ma già Piero si era lanciato dalla scialuppa e si stava dirigendo di corsa verso le palme che segnavano il confine tra la sabbia e la giungla dell’interno. Elisa stava aiutando Massimo a portare in secca la scialuppa, quando entrambi sentirono un grido soffocato, seguito come da un tonfo. Si girarono verso la foresta, e di Piero non c’era più nessuna traccia: svanito nel nulla!
– Dove si è cacciato? – chiese Massimo.
– Non lo so, è stato il solito imprudente – rispose Elisa, mentre stava raccogliendo dalla barca la spada e una piccola pistola a due colpi che diede al suo compagno, – andiamo a vedere!
I due si misero a correre sulla spiaggia verso il punto della vegetazione in cui era sparito Piero, e non appena raggiunsero le palme, videro, all’ingresso della foresta, una grossa buca seminascosta dalle foglie, da cui arrivava sempre più forte quel rumore sibilante (SGUISC... SGUISC...) che avevano già sentito avvicinandosi all’isola.
Elisa si sporse sopra l’apertura e guardò verso il basso: Piero era sul fondo della fossa, probabilmente svenuto per la caduta e circondato da quattro grossi serpenti, lunghi almeno un paio di metri, che si stavano avvicinando a lui con fare minaccioso.
– Presto – Elisa chiamò vicino e sè Massimo – dobbiamo fare qualcosa per salvarlo o quei serpenti se lo mangeranno vivo!
Massimo, senza esitare un attimo, prese di mira con la pistola il serpente più vicino al povero Piero, e sparò un colpo che rimbombò sotto le palme.
BANG!
Il rettile fu colpito in pieno e venne tagliato in due dal proiettile. Piero, risvegliato dal rumore dello sparo, aprì gli occhi e, subito spaventato dai serpenti così vicini, si mise a gridare: – Aiuto!
Elisa lo chiamò dall’alto: – Stai tranquillo, siamo qui per aiutarti.
Ma il piccolo marinaio era chiaramente terrorizzato, e si era appiattito contro la parete il più lontano possibile dai tre serpenti superstiti, i quali, incuranti della sorte subita dal loro simile, stavano strisciando velocemente verso di lui. Il sibilo era sempre piu’ forte (SGUISC... SGUISC...) e sembrava provenire da tutta l’isola, non solo da quella buca infernale. Massimo prese la mira ancora e sparò il secondo e ultimo colpo, tranciando la testa a un altro rettile.
– Ora la pistola è scarica – gridò Elisa, – dobbiamo inventarci qualcosa per fermare gli ultimi due! – e, sguainata la spada, saltò senza indugio a piedi uniti nella buca, atterrando dopo un salto di almeno tre metri direttamente sul corpo del più grosso dei serpenti. L’animale girò immediatamente la propria testa affusolata versa di lei, scoprendo una bocca con due denti lunghi e affilatissimi, pronti a colpire. Elisa, che aveva assorbito a fatica il salto, fece appena in tempo a buttarsi di fianco per evitare il morso assassino, rotolò su se stessa, e quindi con un rapido fendente tagliò di netto la testa del serpente, che si adagiò a terra con un tonfo, morto stecchito.
Rimaneva un solo rettile, ormai vicinissimo al povero Piero paralizzato dalla paura. Elisa era troppo lontana per intervenire in tempo.
– Prendi la mia spada! – gridò allora Elisa rivolta a Piero, e lanciò l’arma verso di lui, tenendola dalla parte della lama in modo che arrivasse al marinaio dalla parte del manico. Piero con un guizzo prese al volo l’arma e senza interromperne il movimento abbassò un fendente dritto sul corpo del serpente ormai vicinissimo, senza però riuscire a colpirlo.
SDENGGG!
La spada colpì con un tremendo rumore metallico la roccia che ricopriva il fondo della buca, rimbalzando con una tale violenza da sfuggire di mano a Piero e rimbalzare per tutti e tre metri di profondità fino all’apertura sopra di loro, dove Massimo, prontissimo, la prese al volo, e senza aspettare un attimo la lanciò come fosse un pugnale verso il serpente sotto di lui, inchiodandolo contro una delle pareti di terra.
– Corpo di mille balene, mi avete salvato la vita! – mormorava Piero, ancora scosso per la paura, mentre si staccava dalla parete e si avvicinava a Elisa al centro della buca. Ma Elisa, anche se i quattro serpenti erano morti, percepiva chiaramente che il pericolo non era affatto terminato. Il sibilo non era scomparso (SGUISC... SGUISC...) e sembrava provenire dall’angolo più buio della fossa.
Dopo un attimo di esitazione Elisa sfilò la spada dal corpo dell’ultimo serpente ucciso, che ricadde a terra come un peso morto, e gridò a Massimo che la guardava dall’apertura: – Presto, vai a chiamare aiuto e porta una corda per tirarci fuori di qui!
Massimo partì subito di corsa verso la spiaggia mentre Piero ed Elisa si accucciarono schiena contro schiena a ridosso della parete più vicina, in attesa dell’arrivo dei soccorsi.

I minuti passavano lentissimi in fondo a quell’abisso maledetto, e Piero ed Elisa avevano la netta sensazione di non essere soli. Il sibilo (SGUISC... SGUISC...) non li abbandonava mai, e sembrava provenire dalle viscere stesse della terra. Poi, improvvisamente, sentirono come un vento freddo provenire dall’angolo più buio e lontano della buca, e videro come una luce offuscata in lontananza. Era una luce gialla, diffusa nella nebbia, ancora debole ma già capace di illuminare un poco lo spazio attorno a loro.
– Vedo come un tunnel che parte da quel lato – indicò Elisa a Piero, con un cenno del capo.
– È vero – disse Piero – e la luce gialla sta arrivando proprio da quella parte!
– Le luci sono due – osservò Elisa, con un tremito di paura nella voce.
In effetti si vedevano ora come due torce gialle, vicine ma chiaramente indistinte, e il soffio di vento freddo che avevano sentito poco prima si era trasformato in un alito di brezza calda e puzzolente, che andava e veniva come fosse il respiro di un animale...
“Un animale!” pensò Elisa, e come in un incubo capì quello che stava succedendo.
Le luci gialle erano gli occhi di un gigantesco serpente che stava arrivando dal tunnel, pronto a divorare le prede che i rettili più piccoli avrebbero dovuto, probabilmente, trattenere sul fondo della buca, in attesa del suo arrivo. Il terrore si dipinse sul volto dei due malcapitati, mentre il sibilo sinistro (SGUISC... SGUISC...) aumentava d’intensità e l’alito osceno della bestia riempiva l’angusto spazio della fossa dove erano imprigionati.
– Dobbiamo stenderci a terra e restare immobili – disse Elisa a bassa voce a Piero, – i serpenti non vedono bene e forse in questo modo gli sfuggiremo.
I due si appiattirono tremanti, mentre ormai il capo enorme del rettile stava sbucando dalla cavità del tunnel: era una grande testa verde con due occhi gialli roteanti, una bocca semiaperta da cui spuntavano i denti appuntiti, due dei quali più lunghi e affilati, e una lingua biforcuta di un colore rosso scintillante; le narici si muovevano con regolarità, ed era evidente che l’animale si stava affidando soprattutto al suo olfatto per trovare le prede. Dietro la testa si intravedeva un corpo lungo parecchi metri, ricoperto di squame luccicanti.
Piero ed Elisa erano immobili, in preda al terrore ma anche consci che la loro unica speranza fosse quella di non essere individuati. Il serpente gigante si fermò e cominciò a girare lentamente il capo come se stesse scrutando le pareti della buca; poi, a un tratto, riprese di nuovo a muoversi verso il punto in cui i due erano nascosti.
– Deve averci visto – sussurrò Piero, – siamo spacciati!
– Non muoverti – rispose Elisa, – mi è venuta un’idea...
Elisa aspettò che la testa del serpente fosse un po’ più vicina e, quando vide che gli occhi gialli stavano puntando verso di lei, lanciò con forza la spada verso l’altro estremo della buca.
SDADANGG!
L’arma atterrò con uno schianto metallico, e immediatamente la testa del rettile si girò nella direzione del rumore. Proprio in quell’istante Piero sentì come un tonfo alle sue spalle, si girò e vide che dietro di lui era caduta la cima di una fune che saliva fino all’orlo della buca, da cui spuntava la testa di Massimo e di altri marinai. Erano finalmente arrivati i soccorsi!
Piero fece un cenno a Elisa, che stava seguendo i movimenti del serpente. Elisa si girò, capì al volo e gli fece segno di cominciare a salire. Piero si arrampicò veloce, ed Elisa lo seguì immediatamente. La testa del rettile ruotò di scatto verso i due fuggitivi, gli occhi gialli balenarono per un attimo e dalla bocca spuntò la lingua rossa biforcuta, che come una frusta schioccò in direzione della fune colpendola in pieno.
STACC!
Il cordone oscillò violentemente. Piero, già a metà della risalita, riuscì con fatica a rimanere aggrappato, ma Elisa fu sbattuta contro la parete, perse la presa e ricadde in fondo alla buca.
– Attenta! Resta a terra! – gridò Massimo dall’alto, e immediatamente lui e altri marinai cominciarono a sparare verso il serpente gigante con tutto quello che avevano portato dalla nave, pistole, archibugi e moschetti, facendo un rumore infernale.
BANG! BUMM! CRACK!
Elisa, nel frattempo, si era rimessa in piedi e, accucciata, aspettava di capire le intenzioni del serpente. Il rettile fu colpito da parecchi proiettili che però gli fecero appena il solletico, ma la salvezza di Elisa fu l’attimo di esitazione dell’animale, che volse lo sguardo verso l’alto. Elisa non perse tempo e si gettò nuovamente sulla fune arrampicandosi più in fretta che poteva. In un attimo fu in cima, e appena uscita dalla buca gridò a tutti : – Presto, dobbiamo scappare da quest’isola maledetta! – e cominciò a correre verso la spiaggia.
Intanto il sibilo invece che diminuire stava aumentando (SGUISC... SGUISC...) ed Elisa, mentre stava correndo a perdifiato, intravedeva in mezzo agli alberi e ai cespugli altri occhi gialli che si muovevano veloci: era evidente che l’isola era infestata dai rettili e che la sua curiosa forma di serpente era probabilmente un avviso che il dio dei naviganti aveva voluto lasciare per chi fosse approdato su quella terra così pericolosa.
Sulla spiaggia li aspettavano due scialuppe pronte a partire che furono assaltatate dai fuggitivi terrorizzati, mentre dalla vegetazione dietro di loro uscivano centinaia, forse migliaia di serpenti di varie dimensioni, e il sibilo stava diventando un rumore assordante.
SGUISCC!! SGUISCC!!
– Spero che quelle bestiacce non sappiano nuotare – gridò Piero, mentre cominciava a remare insieme agli altri, e le scialuppe prendevano il mare.
– Non credo proprio – rispose Elisa, – si stanno fermando tutti in riva al mare.
Lo spettacolo che si vedeva dalle scialuppe era impressionante: la spiaggia intera era coperta di serpenti avviluppati gli uni agli altri, alcuni grandi come quello del tunnel, altri più piccoli, dalle forme e i colori più diversi, ma tutti in preda a una evidente frenesia e alla delusione di vedersi sfuggire delle prede che già avevano pregustato.
– Presto, salpiamo immediatamente e lasciamoci alle spalle questo incubo – ordinò Elisa non appena furono tutti a bordo della
Ninja, e in pochi attimi la nave dispiegò le vele e cominciò ad allontanarsi velocemente dall’isola dei serpenti, che nel giro di poco tempo scomparve dall’orizzonte. Solo allora tutti si rilassarono e cominciarono a ripensare ai tremendi pericoli che avevano passato.
Elisa era già tornata sul ponte di comando, e col cannocchiale stava scrutando l’orizzonte, quando vide verso est un’altra isola lontana, la cui forma ricordava senza dubbio quella di un gigantesco ragno...
– Rotta o ovest, tutte le vele spiegate! – ordinò, senza un attimo di esitazione, – per oggi di isole misteriose ne abbiamo avuto abbastanza!


di Riccardo Restelli

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