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Restelli - Il significato del Natale

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Il significato del Natale
di Riccardo Restelli

Babbo Natale era disoccupato. E triste.
Da parecchio tempo ormai vedeva avvicinarsi il periodo delle feste natalizie, una volta così pieno di gioia e di frenesia, con la morte nel cuore. Durante il resto dell’anno, per fortuna, aveva imparato a stemperare la malinconia, riempiendo le giornate con tutte le occupazioni che più amava.

In primavera, per esempio, si prendeva cura delle renne, che in quella stagione mettevano al mondo i piccoli. Era sempre una gioia aiutarli a camminare prima e a volare poi, gustando insieme a loro la sorpresa e la magia del primo distacco da terra, quando quegli animali magnifici prendevano coscienza di quanto fossero davvero speciali.
D’estate, poi, correva felice guidando la slitta nel cielo illuminato dal sole di mezzanotte: disegnava traiettorie impossibili sopra i ghiacci azzurri del Polo Nord, poi scendeva a perdifiato fino al livello del mare e faceva lo slalom tra gli iceberg staccatisi dalla banchisa, assaporando il vento gelido dell’Artico sulla barba bianca.
In autunno, prima di godersi in poltrona, con un bel libro sulle ginocchia, le sontuose nevicate che ricoprivano il paesaggio verde scuro della tundra, raccoglieva le provviste e approfittava degli ultimi giorni di sole per tagliare e stivare la legna per l’inverno.
L’inverno, appunto, quando il suo cuore s’intristiva sotto la coltre scura della notte polare. Dov’erano le lettere? Da quanti anni ormai non ne arrivavano più? Cos’era successo ai bambini di tutto il mondo?

Le buste indirizzate a Babbo Natale non erano scomparse di colpo. Era stato un declino progressivo ma inesorabile, prima lento, poi sempre più veloce.
Lui all’inizio non si era preoccupato, anzi. Aveva anche pensato, con un po’ di egoismo, che avrebbe avuto meno lavoro e sarebbe riuscito, finalmente, a godersi il Natale come tutti gli altri. Mano a mano che le lettere diminuivano, però, si era lasciato prendere dallo sconforto, come se il suo compito immutato da secoli fosse diventato improvvisamente inutile.
Ogni anno preparava con cura maniacale i pochi pacchetti che ancora gli venivano richiesti da messaggi più simili a fredde distinte d’ordine che al parto ingenuo della mente d’un bambino. Rivestiva giocattoli asettici e ultra-tecnologici con carte da regalo colorate e infantili, piene di orsetti e stelle di natale, come per addolcire le linee metalliche di robot, astronavi e stazioni spaziali. Ma era comunque grato per quelle richieste, e le centellinava una per una, gustandosi con la mente gli occhi pieni di gioia dei bambini che avrebbero ricevuto i doni dal cielo nella notte di Natale, infinitamente più appaganti di qualsiasi regalo comprato in un negozio insieme a mamma e papà.
Quando poi, nonostante il disperato tirare in lungo, concludeva il lavoro di preparazione dei pacchetti, ogni anno un po’ prima rispetto al precedente, ingannava il tempo che ancora mancava alla notte della consegna visitando il suo piccolo museo.
In tutti quegli anni aveva infatti raccolto, negli scaffali poco illuminati di una stanza lunghissima e stretta della sua casa, quei giocattoli che, per un motivo o per l’altro, non era riuscito a recapitare. Cominciava sempre la visita indugiando sulle forme slanciate di una vecchissima automobile da corsa color rosso vivo, corpo di latta e ruote di legno, grande come mille automobiline miniaturizzate, modello in scala dell’ottimismo che il mondo respirava quand’era ancora giovane. Poi passava le dite su musi e zampe e code di centinaia di pupazzi di peluche, simulacri di animali dolcissimi, la maggior parte ormai estinti da un pianeta che l’intelligenza e la forza dell’uomo avevano conformato, senza esitazioni, alle sue esigenze, e alle sue soltanto. E ancora piccoli cubi e sfere e lunghi cilindri a tinta pastello, alcuni di legno, coi colori erosi dal tempo, altri di plastica, eterni e indistruttibili. Bambole, soldatini, trottole decorate, cavalli a dondolo, case di ogni dimensione e forma, aquiloni e trenini, palle per giocare, perline per fare collane, biglie e figurine, strumenti musicali in miniatura, armi minacciose quasi come quelle vere. E in fondo al corridoio, il suo preferito: un Babbo Natale con una campana in mano, un’espressione gioiosa, una molla per caricarlo e ascoltare ancora una volta le note di
Jingle Bells, rallentate dalla ruggine degli ingranaggi del carillon.

Quell’anno, però, neanche il museo riusciva a diluire la tristezza. Così, stufo di quella lenta agonia, si fece coraggio e, a metà dicembre, procuratosi un bel vestito grigio in doppio petto e un cappotto di cammello, si ripulì per bene, salvando solo la lunga barba bianca, e prese un treno per il sud, diretto verso una di quelle grandi città che aveva visto sempre e soltanto dall’alto, durante la lunghissima notte di Natale. Voleva capire cosa stava succedendo ai bambini e magari riuscire a far ripartire quel flusso vitale di lettere, piene di desideri e speranze, che tanto gli mancava.
Il viaggio si rivelò scomodo, nonostante il treno fosse silenzioso e velocissimo, attraversato da uomini e donne eleganti e snelli. I posti a sedere erano, infatti, poltrone tecnologiche adatte per quei corpi perfetti che vedeva quasi galleggiare vicino a lui, ma insufficienti a contenere la sua stazza da centocinquanta chili di uomo abituato ai rigori del Polo Nord. Nessuno parlava, tutti guardavano assenti lo schermo sullo schienale del sedile davanti a loro, oppure ascoltavano musica a occhi chiusi, utilizzando delle piccolissime cuffie bianche senza fili.
Scese alla stazione di
Metropolis, prese un taxi e chiese al conducente di portarlo nella piazza principale della città. Un enorme albero di Natale illuminato ne occupava il centro.
Cominciò a camminare tra la gente che affollava i tantissimi negozi decorati a festa, lasciandosi contagiare da quell’elettrica sensazione di gioia imminente che non provava da tanto tempo. Ma c’era un che di strano, di indefinibile. Era come se quella spasmodica ricerca di regali, da parte degli uomini e donne indaffarati che lo circondavano, fosse senza senso: mancava qualcosa. Ma cosa?
Poi, improvvisamente, capì.
I bambini!
Dov’erano i bambini?
Cominciò a camminare alla cieca per la piazza, col respiro sempre più affannato, alla disperata ricerca di un fanciullo, uno qualunque. Mentre la vista cominciava ad annebbiarsi per la fatica, ripensò al viaggio in taxi e si rese conto che anche durante il tragitto dalla stazione alla piazza aveva visto solo adulti. Uomini e donne, alti, magri, eleganti nei loro vestiti puliti e impeccabili, che parlavano a bassa voce e camminavano con andatura regolare su marciapiedi larghissimi e puliti.
Niente. Nessun bambino con i pantaloni sbucciati sulle ginocchia e le mani sporche di neve e di terra. Nessuna bambina che piangeva trascinando la mamma o la nonna di fronte alla vetrina di un negozio di giocattoli. Nessuna corsa pericolosa tra strade e marciapiedi, nessun palloncino che saliva impertinente verso il cielo, nessuna bancarella di nocciole caramellate o zucchero filato. Nessuna gioia immotivata, nessuna speranza insensata, nessun’attesa magica. Un Natale di certezze, per adulti, che non sapevano che farsene di Babbo Natale.
Allora cominciò a vagare senza meta per giorni e giorni, percorrendo ogni via della città, entrando in negozi e locali, cinema e teatri, stazioni e ristoranti, sperando di incontrare un piccolo, di sentire una voce infantile. Poi si ridusse a fermare la gente per strada, per fare domande, per capire. Qualcuno lo ignorò, qualcun altro lo prese per pazzo, fino a che un vecchio coi capelli bianchi e gli occhi pieni di rughe si fermò e gli raccontò la verità, adagio adagio, con parole semplici, come si fa con uno sprovveduto.
Gli spiegò che da tanti anni, ormai, l’umanità aveva rinunciato ai bambini: troppo difficile e costoso farli crescere. Troppi risultati imprevisti, troppi rischi. Investimenti senza garanzia di ritorno. Chi, arrivato alla maturità, desiderava una discendenza, e ogni anno erano sempre di meno, si rivolgeva alle grandi centrali bio-tecnologiche che, sulla base delle richieste dei genitori e del loro bagaglio genetico, generavano in pochi mesi il figlio o la figlia desiderata, con un’età standard di vent’anni, nel pieno delle forze fisiche e mentali. Subito produttivo, oltre che aderente al cento per cento alle aspettative dei genitori.
Gli disse anche che rimaneva ancora qualche nazione sottosviluppata nel mondo dove nascevano bambini, ma erano ormai pochissime, mano a mano che la bio-tecnologia riduceva i propri costi e diventava alla portata di tutti.

Babbo Natale quella notte pianse piano, a lungo, fino a che le lacrime finirono, seduto per terra di fronte al grande albero decorato in mezzo alla piazza.
Poi, quando il sole cominciava a rischiarare un cielo nero senza stelle, tornò alla stazione e riprese il treno per il Polo Nord: il vagone era vuoto, così si stese per il lungo occupando quattro di quei posti da elfo e infine si addormentò, sognando la slitta e le renne e il viso stupito di un bambino.
Fuori, nei piccoli paesi quasi disabitati, in mezzo al gelo dell’inverno polare, le campane delle chiese illuminate annunciavano l’arrivo del giorno di Natale.

Riccardo Restelli



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