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Restelli - chinatown

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Colpo grosso a Chinatown
di Riccardo Restelli


Il caldo di metà agosto è asfissiante. Umido e rovente come l’asfalto appena rifatto di via Bramante.
Sono sceso a malincuore dal lungo tram verde con l’aria condizionata.
Mi rimane una breve camminata per raggiungere il luogo dell’appuntamento con Maria: l’angolo fra via Giordano Bruno e via Rosmini, il centro di
Chinatown.
Conosco queste strade: parecchi anni fa abitavo qui.
Certo, ora tutto è cambiato. Dieci anni di frenetica immigrazione hanno trasformato una zona tranquilla in un centro commerciale all’aria aperta, con negozi di prodotti
made in China che occupano tutti gli spazi, invadendo anche i marciapiedi.
Mi rendo subito conto che il rito delle ferie ha svuotato il quartiere degli italiani rimasti: si vedono in giro solo loro, i cinesi, bianchi in viso, capelli neri, sempre al lavoro, diciotto ore al giorno, trecentosessantacinque giorni l’anno.
Comincio a sentirmi a disagio mentre imbocco via Giusti sotto un sole cattivo. Ogni vetrina rivela occhi a mandorla attenti, dietro a banconi pieni di vestiti.
Da un portone esce un uomo basso, spingendo un carrello carico di cartoni aperti. Si dirige verso di me. Non mi vede, non può vedermi dietro la pila di scatole. Mi sposto di fianco. Passa veloce. Mi guarda. Un sorriso, anzi un ghigno. Nonostante il caldo atroce non è sudato. Sembra un automa, un piccolo robot con due ruote e due gambe che spingono veloci.
Respiro male, mentre arrivo all’angolo con via Niccolini. Uno sguardo a sinistra: nessun negozio, la strada è libera. Verso destra, invece, l’incubo continua: vetrine e ideogrammi. Ma è proprio in quella direzione che devo andare.
Ho la sensazione che tutti mi seguano con gli occhi. Accelero il passo. Il caldo aumenta. Da un ristorante esce un cinese con un grembiule rosso, un coltello sporco in mano. Attraverso la strada per non passargli vicino. Lui capisce e sogghigna.
Sono quasi all’incrocio con via Rosmini. Maledizione a Maria e al suo appuntamento a
Chinatown. Giro l’angolo.
Un colpo secco. Uno scoppio che rimbomba nelle orecchie. Mi blocco, come impietrito. Riapro gli occhi terrorizzato. Mi accoglie il viso di un bambino: guance bianche come il latte, capelli cortissimi, un sorriso furbo dipinto sui lineamenti esotici.
– Scusa,
signole. Huh ha lanciato petaldo. Lui stupido.
Sul marciapiede di fronte altri due ragazzini stanno scappando, ridendo ad alta voce. Un anziano cinese vestito di nero li blocca e li sgrida con parole incomprensibili. Poi fa un cenno di scuse verso di me.
Io guardo il viso del piccolo. Gli sorrido mentre la tensione si allenta. Lui si mette a ridere. Rido anch’io, ormai libero da quella strana ansia che mi opprimeva e di cui un po’ mi vergogno.
Finalmente raggiungo Maria, in attesa di fronte a un negozio di scarpe. Sto per raccontarle la mia stupida odissea, ma lei non mi lascia il tempo.
– Finalmente sei arrivato. Dài, entriamo. Qui è tutto a dieci euro.
C’immergiamo tranquilli nel nostro futuro a basso costo.

Riccardo Restelli

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